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in pratica...

Pubblicato il da solaero

La Pentola-Norvegese

(Hay-Box, Heat-Retained-Cooker, Box-Cooker, auto-cuiseur, Bitatoré, self-cooker, wonder-box, fireless-cooker...)

in pratica

Considerazioni e suggerimenti in aggiunta alle riflessioni già esposte nell’articolo “che cos’è...”

 

 

Pentola-norvegese e fornello solare

Non solo la pentola norvegese può salvare una cottura solare qualora la nuvoletta di

 “F* * * * * * *” provi a farci digiunare ma, abbinata anche ad un solo fornello solare di media potenza, con una programmazione appropriata consente di moltiplicarne le potenzialità.

Mi spiego meglio con un esempio: al mattino appena il sole è sufficientemente alto facciamo la pre-cottura del primo e poi liberiamo il fornello solare utilizzando un “hay-box” (come anche viene chiamata la pentola norvegese); ora possiamo portare ad ebollizione il secondo e con un altro RHC (Retained-Heat-Cooker… altro nome) possiamo ancora prepararci un contorno a parte o un dessert… Mentre mangiamo pranzo il sole ci farà il caffè e poi mettiamo subito a cuocere la cena le cui portate, terminata la pre-cottura, finiranno di prepararsi nei “Bitatoré” (altro termine utilizzato in alcuni paesi africani per la “pentola norvegese”) e si manterranno calde fino all’ora di consumarle.

Ecco che con un solo fornello solare e due pentole norvegesi, possiamo tranquillamente preparare due abbondanti pasti principali di una bella giornata estiva senza bisogno del minimo apporto di energia artificiale…

 x rif

 

 

Crockpot o Slow-Cooker vs Hay-Box

Per caso ho scoperto che esiste un elettrodomestico chiamato Crockpot o Slow-Cooker abbastanza in voga oltreoceano e la cui moda si sta diffondendo anche oltralpe. In estrema sintesi si tratta di una pentola con relativa resistenza elettrica, termostato e cavo di alimentazione che consente di cuocere a bassa temperatura per molte ore senza necessità di alcun intervento. Se il sapore “antico” degli stufati lasciati a cuocere lentamente sul margine della stufa o del caminetto è un motivo della sua diffusione, la praticità di buttarci dentro tutti gli ingredienti, andare al lavoro e trovare un piatto fumante e gustoso al ritorno senza alcun’altra preoccupazione, sicuramente è alla base della sua crescente popolarità. Credo che questo elettrodomestico possa essere un valido riferimento per diffondere la cultura della cottura dolce e quindi anche un trampolino di lancio tecnologico per la comprensione della pentola norvegese e dei suoi molteplici vantaggi.

Le differenze infatti sono solo nei modi con cui viene raggiunta e mantenuta la temperatura. Per l’elettrodomestico ci pensa l’energia elettrica mentre nella pentola norvegese una fonte tradizionale (dal fornello a gas, alla piastra in vetroceramica, all’induzione, al fuoco a legna, alla parabola solare…)  fornisce il calore che poi viene conservato grazie all’isolante.

Certamente un Crock-Pot consuma poca elettricità rispetto ad altri elettrodomestici, ma a causa della scarsa isolazione rimane necessario un apporto modesto ma frequente per tutta la durata della cottura. Una signora francese ha risolto questo problema semplicemente avvolgendolo in alcune coperte! Soluzione molto interessante che consente un vero e sostanziale risparmio di energia. Però personalmente sconsiglierei a chi deve abbandonare il luogo in cui è in funzione un tale aggeggio di assentarsi lasciando un elettrodomestico avvolto per ore in una coperta: una condizione non prevista né da chi lo ha progettato né da chi lo ha omologato…

Si potrebbe proporre ai produttori un’evoluzione verso l’alta efficienza con una coibentazione performante che consenta di far ricorso alla corrente quasi unicamente per portare in temperatura e solo molto saltuariamente per mantenerla…

Rimarrebbero a questo punto irrisolti solo la flessibilità del volume di cottura e la necessità comunque di una rete elettrica con relativa impossibilità di utilizzare fonti alternative come una parabola solare.

Proprio queste motivazioni hanno portato Leslie Romano l’autrice dell’interessantissimo e-book “Retained Heat Cooking ... the Wave of the Future Again” (sul sito http://www.bamboogrovepress.com/Ebooks.htm ) ad abbandonare il suo crock-pot  per orientarsi verso la pentola-norvegese.

 

Risparmiare qualcosetta

La Pentola-Norvegese consente non solo un risparmio di energia di cottura (che comunque comincia ad acquisire un certo peso, con i tempi che corrono… bollette sempre più gonfie ed entrate sempre più sgonfiate da imposte e licenziamenti…).

Consente anche di risparmiare ad esempio sulla carne. La cottura lenta che caratterizza l’Hay-Box, permette infatti di cuocere anche tagli di carne considerati di scarto perché troppo duri e fibrosi e quindi meno costosi. Personalmente non ho ancora avuto occasione di provare ciò anche perché non sono un gran consumatore di carne, ma tutte le fonti sono concordi su questo fatto.

Inoltre, pur non facendoci caso, se in estate cuciniamo tradizionalmente anche solo per un’ora al giorno, significa quasi sempre riscaldare ulteriormente l’ambiente domestico con conseguente minor comfort oppure maggior consumo dell’impianto di condizionamento…

E le pentole incrostate perché sul gas o sulla piastra il cibo ha attaccato? Altro tempo, energia e detersivi sprecati…

Queste piccole attenzioni fanno sorridere?  Vedremo per quanto tempo ancora…

 

Una precisazione riguardo ai recipienti da utilizzare

Certamente è da scartare l’alluminio puro sia perché ha una debole capacità di trattenere il calore, sia perché è ormai noto a tutti che un cibo che rimane per ore a contatto con questo metallo non è salutare.

Molto bene la ghisa e la terracotta che invece hanno ottime proprietà termiche per questo utilizzo (non così per la cottura solare) comunque l’acciaio inox, magari con doppio o triplo fondo sicuramente è la soluzione più sicura ed alla portata di tutti.

In ogni caso ricordiamoci di utilizzare casseruole con un coperchio il più ermetico possibile: ogni minima fuoriuscita di vapore caldo equivale ad una perdita di efficienza.

 

 

E se volessimo parlare di qualche ricetta?

Una zuppa di ceci (interi) e fiocchi di cereali che in genere necessita di un’ora e mezza di cottura, è stata pre-cotta per 10 minuti e poi avvolta nelle coperte. L’abbiamo gustata dopo 2h20. Difficile dire da quanto tempo era cotta… l’abbiamo mangiata quando ci siamo messi a tavola e non c’è stato bisogno di riscaldarla per ustionarci la lingua… (infatti all’apertura il termometro ci ha rivelato 70°C).

 

Poi un bel risotto con ortiche fresche raccolte intorno a casa: era nostra intenzione provare il metodo suggerito nel libro di cui sopra: 1 porzione di riso+2 di acqua, 2 minuti di ebollizione e poi 35 minuti in auto-cottura. A causa di “giochi in corso” con le bimbe, abbiamo tardato e ci siamo messi a tavola solo dopo 48 minuti… la prossima volta cercheremo di essere più puntuali in quanto non era scotto ma poco ci mancava (e il termometro segnava ancora 83°C all’apertura).

 

Ma…c’è sempre un MA…

I cibi di cui ho indicato il modo di cottura evidenziati con questo giallino sono stati preparati durante una breve vacanza a 2200m di quota s.l.m. e con una temperatura di ebollizione (e quindi di pre-cottura) di soli 93 miseri °C!!!

 

Questo per dire che più che ricette specifiche (che peraltro si possono trovare sia sul libro sopra citato che nei ricettari per i CrockPot, ecc.), mi interessa che chi legge si decida a sperimentare, sperimentare, sperimentare!

Come tutte le cose occorre quel minimo di coraggio, determinazione e costanza che consentano di adattare alle proprie abitudini alimentari questo incredibile ausilio in cucina senza prendere troppo sul serio la ricetta “A” che dice <<pre-cuocere per 30minuti e poi per un’ora in autocottura>> piuttosto che la “B” che dice <<pre-cuocere per 5minuti e poi proseguire per 3 ore nella pentola norvegese>>.

Non dimentichiamoci infine che si tratta di uno strumento molto flessibile e quindi possiamo adattare la stessa ricetta alle esigenze del momento: oggi ho solo un’ora e mezza prima del pasto quindi seguo la procedura A oppure oggi posso anticipare la preparazione quindi seguo la procedura B con la quale risparmio qualcosa di più…

Si tenga conto infine che le variabili sono veramente tante: non solo la quota è determinante ma anche le prestazioni del nostro personale “self-cooker”. Qui non si tratta di un forno che può essere impostato a X°C e, nonostante le differenze tra le marche, le variazioni saranno solo di qualche insignificante grado: la quantità e il tipo di isolante, il modo con cui viene disposto, la temperatura dell’ambiente, il tipo di alimenti e beninteso la quantità costituiscono una serie di variabili che secondo me rendono assai relativa la ricetta nel senso classico del termine.

 

L’unica ricetta che quindi mi sento di dare a tutti è quella di provare cocciutamente, dopo aver verificato che ci siano le condizioni base per una cottura in sicurezza alimentare, fino ad entrare in sintonia con il nostro aiuto-cuoco che probabilmente diventerà presto un compagno indispensabile, molto parsimonioso ed alquanto saggio.

 

 

 

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Pentola Norvegese n°1

Pubblicato il da solaero

Dopo una (troppo) lunga gestazione ecco la mia “Pentola Norvegese N°1” (anche nota come: Hay-Box, Heat-Retained-Cooker, Box-Cooker, auto-cuiseur, Bitatoré, self-cooker, wonder-box, fireless-cooker...)

 

1

 N.B.: se questa foto è riuscita a farvi sorridere, abbiate il coraggio di perdere qualche minuto per leggere tutto l’articolo…

 

L’idea della cottura con la ritenzione del calore mi aveva affascinato appena l’avevo scoperta perché, seppure meno intrigante di un scintillante forno solare ricoperto di specchi, rappresenta un modo molto intelligente di utilizzare le risorse che la Natura ci mette a disposizione e ci aiuta a capire quanto siano sciocche gran parte delle nostre abitudini quotidiane.

 

Però, se per certi aspetti avevo le idee chiare su come procedere, di fatto ho dovuto fare un lungo “viaggio” prima di arrivare ad una soluzione che mi desse soddisfazione.

Certamente volevo un qualcosa di semplice, ricavato da materiali di recupero o non utilizzati, di sicuro non volevo utilizzare materiali espansi che, seppure siano tra i migliori isolanti, non mi danno la garanzia di non rilasciare sostanze nocive in presenza di temperature medio-alte come quelle intorno ad una pentola appena tolta dal fuoco.

Volevo anche un qualcosa che fosse veramente alla portata di tutti, indipendentemente dalle capacità manuali e dagli attrezzi a disposizione.

Ho incominciato a mettere da parte scatole di legno, di cartone, a progettare contenitori isolati realizzabili con avanzi di perline, ad ipotizzare isolanti tipo sandwich carta del pane+alluminio da cucina, modelli di scatole capovolte per isolare meglio la parte superiore… però ogni volta mi fermavo quando si trattava di scegliere la pentola che sarebbe diventato il recipiente di cottura.

Sappiamo infatti che l’efficienza di tale “fornello senza fuoco” dipende anche molto dalla quantità di spazio libero che rimane intorno alla pentola, da cui la necessità di ridurlo al massimo. Questo significa quindi avere una casseruola dedicata a questo scopo le cui misure corrispondano a quelle dell’interno della scatola isolata.

Ma se arriva gente e serve una razione più abbondante? Oppure, al contrario, se un giorno siamo solo in due e basta un recipiente più piccolo? In questo caso si usa riempire lo spazio con opportuni cuscini, stracci o coperte… però nel complesso non riuscivo a trovare una soluzione che mi piacesse veramente.

 

Poi un giorno ho trovato questo e-book:

 Retained Heat Cooking ... the Wave of the Future Again   by Leslie Romano sul sito http://www.bamboogrovepress.com/Ebooks.htm

 

Seppure il mio rapporto con l’inglese non sia ottimale, l’ho divorato in poche ore e, oltre ad apprezzare i numerosi spunti di saggezza e qualche accenno storico, ho realizzato che la soluzione adottata da questa famiglia era la più vicina a quanto io stavo cercando: un vecchio sacco a pelo e alcune coperte dentro ad un canestro della biancheria.

 

Recupero subito alcune vecchie coperte, ma poi mi mancava un canestro appropriato (erano tutti troppo piccoli) allora alla fine ho pensato di utilizzare dei ritagli di compensato per fare semplicemente una base alla quale attaccare delle cordine che mi consentissero di “impacchettare” bene ed immobilizzare il recipiente di cottura (…lo si potrebbe soprannominare “sleeping-cooker”?!). Certamente non è il massimo per la trasportabilità, però mi sono detto che in ogni caso sballottare un recipiente di cottura pieno fino all’orlo significherebbe comunque rischiare la fuoriuscita di liquidi e pregiudicare l’efficienza del sistema. Quindi nel caso si presentasse questa necessità dovrei comunque utilizzare un recipiente ermetico (magari una vecchia pentola a pressione).

 

Senza accorgermi, dopo aver vagato alla ricerca di varie soluzioni “tecnologiche”, mi sono ritrovato in pratica nella situazione de mio primo esperimento fatto in montagna con berretti di lana, golfini e giacche a vento (Vedi articolo).

Certamente nel tempo farò un qualcosa di un poco più raffinato e soprattutto più facile da maneggiare, ma devo dire che anche filosoficamente sono molto soddisfatto di questo ritorno alla “genuina semplicità”.

 

Prima di cominciare ad usarla per cucinare, però, ho voluto come al solito verificare le prestazioni (anche in considerazione della sicurezza alimentare) e prendere confidenza con l’attrezzo facendo i test con sola acqua e così è passato ancora molto altro tempo.

Infatti ho scelto di lasciar raffreddare tutto il materiale dopo ogni test in modo da riprodurre sempre le condizioni normali di utilizzo, ovvero quelle in cui le coperte non sono pre-riscaldate dalla prova precedente.

 

E’ evidente che nella cottura a ritenzione di calore, una grande quantità di liquidi significa un maggior accumulo di energia e quindi una perdita di temperatura più lenta ovvero una maggiore efficenza. Ho scelto per le prove un volume d’acqua non troppo abbondante (2 litri) che quindi rappresenta una prova più severa.

Ho effettuato almeno due test per ogni durata (1h, 2h, 3h, 5h, 8h e 10h) e nella tabella pubblicata in basso, indico la media delle misurazioni (che comunque sono sempre state allineate tra loro).

Ho utilizzato lo stesso termometro a sonda K delle esperienze con i fornelli solari ma per chi ne fosse sprovvisto, un termometro a stelo inserito nel foro del pomello del coperchio funzionerebbe ugualmente (reperibile in un buon negozio di casalinghi per una quindicina di €).

 

Vediamo ora nel dettaglio il “confezionamento” della versione base:

 

sul tavolo (ma anche sul pavimento o su qualsiasi superficie stabile) dispongo

  1. 1) la base in compensato con le cordine,
  2. 2) poi una coperta matrimoniale in lana(?) piegata in 4 (a questo livello anche un piumino sintetico non darebbe problemi visto lo scarso calore che lo raggiunge),
  3. 3) poi un’altra ancora piegata in 4 (anche a questo livello un piumino sintetico non darebbe problemi visto lo scarso calore che lo raggiunge se il volume in cottura è limitato),
  4. 4) poi una terza coperta sempre piegata in 4 in lana piuttosto grezza con in mezzo uno strato di alluminio da cucina che ha la funzione di riflettere un po’ gli infrarossi verso il recipiente di cottura.
  5. 5) Poi un canovaccio da cucina o altro straccio che ha la funzione di proteggere le coperte da eventuali fuoriuscite di unto in fase di pre-cottura sul gas o in un fornello solare. Sarà comunque opportuno prestare molta attenzione ad avvolgere sempre solo una casseruola ben pulita (uno straccetto umido da passarci intorno qualche secondo prima di spegnere la fiamma funziona benissimo),
  6. 6) Ed infine un comune sottopentola in paglia intrecciata posato sopra un disco di alluminio da cucina.

prep

 

Una volta terminata la pre-cottura, metto rapidamente il recipiente sul sottopentola e lo avvolgo coprendolo con gli spigoli dei tre strati di coperte e lego il tutto con i cordini dopodichè me ne dimentico fino all’ora stabilita:

conf1

conf2

 

Ad ogni test però constatavo che la base di legno era sempre molto tiepida (evidentemente la pressione dovuta al peso favoriva la conduzione termica. Ho quindi voluto verificare le prestazioni aggiungendo un disco isolante (formato da tre strati di cartone spesso, intervallati da alluminio da cucina) sia sotto il sottopentola che sopra il coperchio (il calore tende anche a salire).

 

mod plus

 

Inoltre, visto che avevo tra le mani una coperta termica oro/argento di quelle utilizzate nelle emergenze, l’ho tagliata in due e l’ho inserita all’interno della coperta di mezzo. Questo per evitare che un oggetto “di plastica” (credo mylar) venga a contatto col calore troppo elevato. (Se disponete di una coperta termica solo argentata non è necessario tagliarla in quanto da qualsiasi lato riflette, mentre se ne avete una come la mia diventa indispensabile fare in modo che la parte argento – e solo quella - sia sempre rivolta verso il nucleo, pena l’inutilità di questo optional).

Queste modifiche hanno dato origine alla mia pentola versione “Plus” che poi è stata sottoposta alla stessa serie di prove della versione base.

 

Ecco ora i dati raccolti: 

2l

Ritengo utile evidenziare la caduta di temperatura iniziale dovuta all’energia che viene assorbita dai primi strati di coperte fino al graduale equilibrio termico. L’utilizzo di un isolante espanso consentirebbe forse di risparmiare qualche grado in questa fase. In ogni caso la possibilità di cuocere è comunque evidente: gli 80°C (temperatura che generalmente viene considerata necessaria alla cottura) vengono raggiunti solo dopo quasi 2 ore nella peggiore delle ipotesi.

Interessante anche la comparazione tra le due versioni: la versione”plus” consente mediamente un risparmio di circa 2°C forse non tantissimi, ma comunque significanti (si veda più in basso) e con questa configurazione sulla base in compensato ho registrato circa 7°C in meno.

 

 

Per comparazione, ecco anche una tabella con l’andamento della temperatura di una pentola (sempre la stessa, con 2 litri d’acqua) che però una volta spento il fuoco è stata lasciata  a temperatura ambiente:

 

2l ambient

Seppure il raffronto con la tabella più in alto sia evidente a tutti, mi permetto due osservazioni:

La temperatura minima nella pentola norvegese di 52° è stata registrata dopo 10 ore e la stessa temperatura è stata raggiunta in appena 1h40 in ambiente libero….

Inoltre faccio notare che gli 80° vengono raggiunti comunque solo dopo circa mezz’ora. Ciò significa che tutti i cibi a cottura rapida con grande quantità di acqua come la PASTA possono essere cotti senza necessità di altre attrezzature. Una volta “buttata”, basta far riprendere la cottura per due minuti, poi coprire la pentola e spegnere il fuoco. Aggiungendo qualche minuto al tempo previsto avremo la nostra pastasciutta pronta con un risparmio di 5-10 minuti di energia OGNI VOLTA (scusate se è poco…)!!!

 

Nonostante sia ormai chiaro che anche tre semplici coperte possono essere utilizzate efficacemente per cuocere una pietanza, mi sono ricordato di una pubblicazione molto più scientifica delle mie che classificava gli HRC (Heat Retention Cooker) in tre fasce sulla base di test di una durata di 3 (tre) ore con ben 5l d’acqua (più del doppio dei miei 2 litri):

  • temperatura inferiore a 80°C accettabile (ripeto 5l – 3h)
  • temperatura superiore a 80°C buono (ripeto 5l – 3h)
  • temperatura superiore a 85°C ottimo (ripeto 5l – 3h)

e così mi è venuta voglia di verificare l’efficienza della mia realizzazione con questi parametri. Ho cambiato pentola ed ecco i risultati sia per la versione “base” che quella “plus”:

 5l dati

 

N.B.: si tenga conto inoltre che, contrariamente a quanto raccomandato, TUTTI i test di questo articolo sono stati fatti nel salone quindi passavano sempre troppi secondi da quando spegnevo il gas in cucina a quando, dopo aver portato a spasso il recipiente di cottura per una decina di metri, imballavo la pentola… …secondi estremamente preziosi, come in tutte le applicazioni con equilibrio energetico delicato…

 

I dati raccolti con 2l d’acqua mi lasciavano ben sperare e non avevo dubbi che qualsiasi pietanza poteva essere cotta con questo sistema così rudimentale, ma di certo non mi aspettavo che tre banali coperte potessero rivaleggiare con strumenti realizzati professionalmente, con materiali molto più tecnologici e dopo studi molto più approfonditi dei miei.

Ecco perchè ho invitato a leggere tutto l’articolo coloro ai quali quel fagotto grossolano e sgraziato  della prima foto ha fatto sorridere…

 

 

Fukuoka ha proprio ragione: l’uomo è così preso dal complicarsi la vita con l’illusione di migliorarla grazie alla sua presunzione di “sapere” che quasi sempre perde di vista il rapporto finale costi-benefici…

 

 

 

 

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